Mag 13, 2015 - Senza categoria    No Comments

Roma e la Champions: la telenovela continua.

di Marino D’Amore

 

Totti

 

La Roma rimedia l’ennesima brutta figura a S.Siro contro un Milan in crisi da tempo che, come i cugini neroazzurri, riesce a strappare i 3 punti alla squadra di Garcia. La cosa paradossale è che la Roma, nonostante la serie infinita di pareggi, di prestazioni e risultati altalenanti, sia ancora seconda, elemento che evidenzia come il campionato italiano sia scadente, povero di mezzi e di uomini, un torneo utile solo a rilanciare giocatori in cerca di riscatto perché esautorati da club europei più blasonati. Una delle doti storicamente riconosciute ai giallorossi e quella di resuscitare chi è morto sportivamente, tanto è vero che il Milan vince e segna Destro, che non realizzava una rete dal 1975. A parte gli scherzi, questa è la situazione attuale, una situazione che vede una squadra stanca, involuta, prevedibile, sempre in ritardo di condizione, il cui unico desiderio è che questo campionato finisca presto. Il più presto possibile. La preparazione atletica, secondo il sottoscritto, è la principale causa delle brutture giallorosse di questi ultimi mesi, insieme a un mercato di riparazione di Gennaio che ha portato alla corte di Garcia un giocatore infortunato, Ibarbo, e uno che rimane un oggetto misterioso se non fosse per la sua straordinaria somiglianza con Carlo Conti: Doumbia.

Il mister francese pare aver perso il polso della squadra, Pjanic, contestato, vuole andar via, De Rossi sembra aver esaurito il bonus di fiducia nei confronti della dirigenza e della tifoseria, Maicon è sparito anche dai filmati di “Chi l’ha visto”, Iturbe dovrà condonare i 30 milioni di euro spesi in estate, perché sul campo, purtroppo, riesce a combinare per poco.

Manolas, Nainggolan, e Totti sono le uniche note pseudo-liete di questo campionato, destinate per ragioni diverse a non giocare insieme per tanto tempo ancora. E si ripartirà da una nuova rivoluzione, come nelle ultime 3 stagioni, una rivoluzione che sostituisce il famoso progetto che era lo scopo primo della dirigenza americana appena giunta nella capitale. Ci meritiamo tutto questo? Non lo so. Forse il problema è culturale, mentale, di personalità, di tutte quelle mancanze che ci allontanano sempre di più dall’alzare una coppa sotto un cielo stellato. Totti, dopo Giugno 2016 forse appenderà gli scarpini al chiodo: pensare ad una Roma senza di lui impegnata in un ciclo vincente sarebbe comunque difficilissimo, pensare a questo addio ora diventa malinconico e deprimente.

Cosa dobbiamo fare? Sperare nel secondo posto e aspettare la prossima rivoluzione, pregando che porti più risultati positivi e mieta poche vittime.

 

Nov 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

Meazza e Ossola, pezzi di storia varesina

varese

 

Marino D’Amore

 

Il Varese quest’anno milita nella serie cadetta tentando di nuovo la scalata verso la serie A, che nelle scorse stagioni ha solo sfiorato. Quest’anno la rosa varesina e ricca di giocatori talentuosi come Rivas, Neto Pereira, atleti che hanno già calcato i palcoscenici della massima serie italiana ed estera come Blasi e Lupoli. Pochi sanno però che la maglia biancarossa è stata indossata da due giocatori, due campioni le cui gesta si sono impresse a fuoco nella  storia del calcio italiano e nella memoria dei tifosi; icone sportive che hanno dato il nome a due stadi: Giuseppe Meazza e Franco Ossola.

Meazza è considerato, da molti, il più grande giocatore italiano di tutti i tempi e uno dei più grandi in assoluto, è stato campione del Mondo con la Nazionale italiana di Vittorio Pozzo nel 1934 e nel 1938. Balilla, questo era il suo soprannome perché esordì in serie A a soli 17 anni, dopo gli anni nerazzurri, gloriosi e ricchi di vittorie, nella stagione 1943-44 disputò il campionato di guerra con il Varese segnando 7 goal in 20 partite disputate, la permanenza varesina rappresentò uno degli ultimi lampi di un grande campione minato da un brutto infortunio, l’occlusione dei vasi sanguigni al piede sinistro, che ne compromise il finale di carriera, che chiuse all’Inter.

Franco Ossola fu notato da ragazzo dall’allenatore del Varese Antonio Janni e venne subito inserito nella prima squadra che affrontava il campionato di Serie C nel 1938. In seguito venne segnalato al Torino, di cui lo stesso Janni era stato una bandiera. Inizialmente l’allenatore non era intenzionato a farlo giocare per cederlo direttamente al Torino, ma fu costretto a mandarlo in campo per l’infortunio del titolare Magni.

Quindi Janni contattò immediatamente Ferruccio Novo, presidente della squadra granata, che lo acquistò per 55.000 lire.

A Torino arrivò diciottenne nel 1939, facendo il suo esordio in A il 4 febbraio 1940. Partito come riserva, nei primi anni soffrì la presenza del grande Pietro Ferraris, che occupava la fascia sinistra d’attacco. In seguito divenne titolare, conquistando la maglia nº 11, con cui giocò 181 partite segnando 85 reti tra Serie A, Campionato Alta Italia e Divisione Nazionale,  piazzandosi al 9º posto della classifica dei marcatori  di tutti i tempi del club torinese dietro a Adolfo Baloncieri (100). Perse la vita il 4 maggio 1949 quando l’aereo, un Fiat G.212 di ritorno dalla trasferta di Lisbona si schiantò contro il muraglione posteriore della basilica di Superga, in quella tragedia che consegnò il Torino alla leggenda.

Ott 7, 2014 - Senza categoria    No Comments

Lettera aperta ai Romanisti e a chiunque voglia leggerla

di Marino D’Amore

 

Cari amici Romanisti (ovviamente me compreso) invito tutti a fermarci, a finire qui le polemiche sull’ultima partita di campionato e a pensare alla prossima. Comprendo il sentimento di sentirsi truffati, depredati per l’ennesima volta di un qualcosa che appare legittimo e meritato, ma continuare a parlarne non fa altro che coinvolgerci in questo gioco assurdo. Tutte le polemiche, le recriminazioni, le squalifiche che seguiranno non cambieranno il risultato, un risultato ingiusto, ma non lo cambieranno. Lo sappiamo queste partite vanno così da anni, da quando ne ho ricordo e le proteste post-gara non hanno mai cambiato nulla, nemmeno calciopoli è riuscita in questa impresa. Sia ben chiaro la mia non è rassegnazione ad un’evidenza ingiusta e puzzolente, ma una voglia ferma, rocciosa di non mischiarmi in sterili discussioni con sedicenti tifosi di altre squadre, squadre che non hanno giocato la partita tra l’altro, e che non conoscano il calcio, quello vero. Non rimpiango i tempi del Corinthian, una squadra inglese dei primi del’ 900, il cui portiere quando l’arbitro assegnava un rigore agli avversari si spostava per farli segnare, autopunendosi per aver commesso un fallo sleale in area, ma condanno la mancanza di stile di una mentalità gretta e meschina come quella italiana. Mi meraviglio sempre di un paese che risarcisce Schettino, lo fa insegnare all’università e trasferisce il capitano De Falco, mi sorprendo sempre di parlamentari che legiferano ma che non conoscono la data dell’Unità d’Italia o norme comunitarie europee, di una politica che continua a rubare e non viene punita. Noi accettiamo di buon grado tutto questo, come non comprendere l’esistenza di una partita come questa che ci si avvicina molto. Una cosa però non riesco proprio ad accettarla: la morale. La morale da uomini implicati nel calcio scommesse, lezioni di stile, ripeto, da mogli presidenziali che non sanno nulla di calcio, da ex giocatori che nella loro carriera hanno ingannato l’arbitro tanta volte con i loro tuffi e si permettono di parlare di Totti perché non gioca in una grande squadra, da dirigenti e allenatori che sono stati danneggiati dalla Juve in passato in modo grave ma che adesso ne difendono la causa, da Bonucci che dopo quella partita rivendica di appartenere alla squadra più forte d’Italia proprio per quell’esito finale così evidente secondo lui, da una dirigenza che non censura nemmeno verbalmente gli sputi e le offese sugli spalti. Questo non è stile. Tutto il mondo ha visto e quando succedono queste cose è meglio tacere e uscire da dal campo da signori. Il mondo vede e sa tutto, anche se noi a volte non ce ne accorgiamo. Queste cose sono già successe: con il Leeds di Don Revie e il Derby County di Brian Clough, con L’Estudiantes in Argentina e con la Juve in Italia. Non succede nulla di nuovo. Ora come al solito, usciranno fuori i detrattori che parleranno male di Totti perché ha sputato a Poulsen, perché ha preso a calci Balotelli, dimenticando i suoi gol, la sua carriera e la considerazione di cui lui gode nel mondo. Il più sopravvalutato della serie A, così dicono alcuni. Quanta ignoranza. Io da tifoso e da amante del calcio non mi sognerei mai di criticare Baggio, Mancini, Ibra, o Del Piero perché sono stati e sono grandi campioni che hanno emozionato chi ama questo sport. Per questo prendete esempio da Del Piero, lo avete avuto in casa, un vero signore del calcio che tanto vi ha regalato, che è sceso con la Juve in B da campione del mondo e che, come ricompensa, non ha potuto concludere la carriera nella squadra tanto amata ( da lui, ovviamente J). Un esame di coscienza è doveroso quanto non parlare a vanvera solo per astio o inquietudine. Vincere è sempre bello, ma è sempre meglio farlo con stile. Perché insieme al risultato è il modo in cui si consegue a essere ricordato. È altrettanto bello documentarsi, conoscere i fatti, capire ed essere obiettivi prima di parlare. Da amante di questo sport affermo che è questa mentalità che ci ha portato a essere lo zimbello calcistico in Europa e nel mondo quando prima eravamo la sua elìte più brillante.

Quindi avete vinto, tranquilli, e forse rivincerete ancora ma non continuate con assurde farneticazioni e lezioni di morale che non ci offendono affatto, ma non sono credibili, perchè queste lezioni vengono da squadre i cui tifosi sputano contro gli allenatori avversari e offendono i giocatori in tribuna. Mogli, ex giocatori biondi e dirigenti, state tranquilli aggiungete altri scudetti controversi nella vostra bacheca anche se avete lasciato andare via forse quello più importante, il buon vecchio Alex. Questo è il mio pensiero da sportivo, ma forse questo calcio non esiste più, questo è ciò che rammarica davvero. Da Romanista convinto, appassionato e innamorato dico a tutti basta, fermiamoci nel protestare contro qualcosa che è sotto gli occhi di tutti, che solo chi non vuol vedere non vede, non c’è bisogno di lamentarsi, quel risultato non cambierà, continuando rendiamo felici solo frustrati che godono delle difficoltà altrui, non permettiamo loro di definirci “piagnoni”, quando a piangere dovrebbero essere tante altre squadre truffate da questo sistema, ma che, nonostante tutto, continuano a tacere. Lasciamo questo gioco da bambini delle elementari e da uomini veri pensiamo alla prossima partita, facendo un applauso ai nostri ragazzi per la precedente. Se dovessimo vincere qualcosa ci prenderanno in giro, quando lo facciamo festeggiamo tanto, ma solo perché così è avvero difficile vincere. Non sono arrabbiato, forse deluso, ma non permetterò a queste persone di farmi disamorare di uno sport che ho tanto amato nella mia vita e che continuo ad amare con tutto me stesso. Nonostante tutto, continuerò ad amare la mia squadra, la mia città, rispettando tutti, sempre, anche quando non se lo meritano. Forza Roma.

Lug 2, 2014 - Senza categoria    No Comments

Andres Escobar: un calciatore ucciso per un autogol

di Marino D’Amore

 

Andrés Escobar

 

Sono trascorsi vent’anni esatti da quando Andres Escobar, difensore della nazionale di calcio della Colombia , il 2 luglio 1994, venne ucciso all’esterno di un locale notturno della capitale del suo Paese, Medellin, da un’ex guardia giurata  a causa dell’autorete del difensore costata a suo dire l’eliminazione ai gironi al mondiale statunitense. La vita di Andrés Escobar, di fatto finì, il 22 giugno alle 17.05 circa a Pasadena, in California, durante Colombia-Stati Uniti. Il difensore sudamericano intervenne in scivolata nel tentativo di bloccare un cross in area dell’americano Harkes diretto al compagno Stewart. La palla però rimbalzò sulla gamba del difensore e finì in rete, con il portiere colombiano Cordoba che non riuscì a evitare il gol. Fu lo 0-1 per gli Usa, che vinceranno poi per 1-2, dopo l’inutile gol colombiano di Valencia al novantesimo. I cafeteros, questo il soprannome dei giocatori sudamericani, tornarono a casa e per Escobar fu l’inizio di un incubo. Quella Colombia era, secondo il  Commissario Tecnico Francisco Maturana, «un manicomio permanente». Cinque ore prima dell’incontro, nella sede del ritiro a Fullerton, arrivò un fax anonimo che recitava: «Se gioca Gomez, faremo saltare in aria la sua casa e quella di Maturana». Gabriel Gomez venne rimpatriato, in quanto ritenuto responsabile della sconfitta al debutto contro la Romania. A Escobar, purtroppo, andò peggio. Al ritorno a Caracas venne accolto dalla fidanzata, Pamela Cascal, e da qualche tifoso che cercò di rincuorarlo.

Ma Escobar era inquieto, preoccupato dagli sguardi severi degli sconosciuti e dall’assenza, almeno apparente, di parole di conforto dal suo popolo. La mattina del 2 luglio 1994, secondo le testimonianze, l’allora ventiseienne calciatore uscì dal Padova, una discoteca di Medellin, per recuperare la sua auto, una Honda, nel parcheggio di un altro locale, il Salmagundi. Lì, Humberto Muñoz Castro, lo uccise scaricandogli addosso dodici colpi di mitraglietta e esclamando: «grazie per l’autogoal».  Il giocatore arrivò in ospedale già morto. Oggi ricorrono i vent’anni da quella morte e dopo 5 Campionati Mondiali trascorsi appare sempre più assurda.

La Colombia è ancora in corsa e ha una bella squadra, magari il dio del calcio deciderà di regalare la Coppa alla squadra di James Rodriguez e dedicare la più vittoria più bella a un calciatore sfortunato.

Giu 19, 2014 - Senza categoria    No Comments

Bacigalupo e Sentimenti IV: una bella storia di calcio e amicizia.

di Marino D’Amore

 

 

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Valerio Bacigalupo era il portiere del grande Torino, di quella squadra meravigliosa che nel  secondo dopoguerra vinse 5 campionati di fila e che la tragedia di Superga consegnò alla storia e alla mitologia calcistica. Lucidio Sentimenti, detto Sentimenti IV, era il portiere della Juventus in quel periodo e il titolare della nazionale italiana. Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II . Dieci nomi che rappresentano una filastrocca per i tifosi italiani di quel periodo, quasi una preghiera laica per qualunque appassionato di calcio. Dieci nomi che erano sempre preceduti da un altro, altrettanto celebre, il nome con cui quella preghiera cominciava sempre: Valerio Bacigalupo. Ma non quel giorno, non quell’11 maggio 1947. Quel giorno di maggio, a poco più di due anni dalla fine della guerra, non giocava il Grande Torino allo stadio Comunale, ma giocava la Nazionale, l’Italia di Vittorio Pozzo, colui che qualche anno prima aveva portato gli azzurri a vincere due mondiali di fila, nel 1934 in Italia e quattro anni dopo, nel 1938, in Francia. Pozzo era un commissario tecnico molto preparato, ma al tempo stesso metodico,  uno che amava dare una precisa identità alla sua squadra, affidandosi con fiducia cieca al blocco granata, o meglio alla quasi totalità di quella squadra: del resto, come dargli torto, considerata la forza incontestabile di quella squadra straordinaria? Ma il giovane Bacigalupo non era la prima scelta del nostro commissario tecnico, che preferiva affidarsi a un portiere più esperto e maturo: Sentimenti IV appunto, pi8ù anziano di 4 anni, un nome che stonava un po’ con quella filastrocca: Sentimenti IV, Ballarin, Maroso non era la stessa cosa. I giornali cominciarono a costruire la grande rivalità che divideva i due portieri, Sentimenti IV il più esperto, il più anziano era l’unico giocatore che impediva a quel Torino di tingersi completamente di azzurro. Pozzo, per la verità, avrebbe voluto schierare due juventini, insieme a nove granata. Ma l’altro bianconero designato, Carlo Parola, quello della rovesciata sulle confezioni delle figurine Panini, non riuscì ad arrivare in tempo per aver partecipato alla partita tra Gran Bretagna e Resto del Mondo, il giorno prima a Glasgow e così fu sostituito da Mario Rigamonti. Questo piccolo particolare però non emerse subito, perché avrebbe ridimensionato quella rivalità e l’interesse che catalizzava giornalisticamente: la lotta calcistica per la conquista dei guanti della nazionale. Bacigalupo in seguito sarebbe diventato titolare inamovibile di quella nazionale, anche se per poco tempo. Sentimenti IV anni dopo in un’intervista rivelò che: “È arrivato a Torino che era molto giovane, ed eravamo sempre assieme. Mi chiedeva sempre consigli, io gliene davo volentieri”. Ma questo allora non si doveva sapere. Quanto questa rivalità fosse costruita ad arte si seppe solo quel tragico maggio del 1949 quando l’aereo che portava il Torino a casa da Lisbona si schiantò sulle mura della basilica di Superga. E lo stesso Sentimenti IV che lo raccontò con la voce rotta dal pianto: Era otto giorni che pioveva, otto giorni che pioveva! Bacigalupo l’hanno riconosciuto perché vicino al suo corpo hanno trovato una fotografia con noi due insieme. Gli sarà uscita da qualche tasca… Hanno indovinato che era lui dalla foto.”. Valerio portava sempre con sé, anche in quell’ultimo, fatale viaggio,  la foto del suo mito sportivo, del suo idolo, ma soprattutto del suo amico Lumidio. Quella rivalità non era altro che una bellissima amicizia che solo Valerio e Lumidio conoscevano fino a quel tragico momento, perché quello che scrivevano i giornali non era importante, non lo era per loro, non poteva intaccare un rapporto interrotto solo da quel dannato muro ma che sarebbe vissuto per sempre nel ricordo di Lumidio Sentimenti IV tra tante lacrime e qualche sorriso. Questo era un calcio fatto di uomini come Valerio e Lumidio, di valori e amicizia, un calcio che purtroppo non esiste più.

Mag 28, 2014 - Senza categoria    No Comments

Piermario Morosini, un campione di coraggio

Marino D’Amore

 

Morosini

 

Il  14 Aprile 2012, durante la partita Pescara-Livorno  al 31° minuto, improvvisamente il cuore di Piermario Morosini ha smesso di battere. Quel cuore di atleta che ha sopportato anni e anni di allenamenti, scatti, recuperi in difesa si è fermato, gettando nella disperazione tutti coloro che erano attorno a lui in quel momento, compagni e avversari, e quelli che avevano avuto la fortuna di conoscerlo. Può sembrare retorica ma non lo è. In primo luogo perché la morte di un ragazzo di 26 anni è sempre e comunque una tragedia, un evento contro natura. In secondo luogo perché questi sono avvenimenti così tremendi e così duri che ci permettono di conoscere meglio le vicende personali di uomini, in questo caso i calciatori, magari meno famosi di altri, ma che consideriamo sempre e comunque dei privilegiati. Una carriera da professionista non sfolgorante quella di Morosini con l’esordio in A con L’Udinese,  diverse presenze nella nazionale Under 21 guidata da Casiraghi e i prestiti a Vicenza e poi a Livorno, nell’attesa di una definitiva consacrazione. Ma tutto quello che ha raggiunto lo ha ottenuto contando sempre e solo su se stesso. Purtroppo è dovuta accadere una tragedia per far conoscere a tutti il privato di Piermario, quello che ha dovuto sopportare nella vita, quel dolore nascosto dietro i suoi occhi sereni. Se ciò non fosse accaduto molti di noi non avrebbero conosciuto la storia di un ragazzo che ha perso i genitori quando era molto giovane e a breve distanza di tempo: prima la mamma per un male incurabile e poi il papà per un infarto. Qualche tempo dopo ha dovuto piangere per il suicidio del fratello disabile e prendersi cura dell’altra sorella, disabile anche lei.

Dopo tutto questo dolore chiunque crollerebbe, ma lui no. Lui era un leone, un leone che aveva sofferto ma che andava e guardava avanti, amando la vita e la sua fidanzata Anna pronto a ritagliarsi quello spicchio di felicità che troppe volte gli era stata negata. Ma il destino a volte è tremendo e inspiegabile e quel cuore provato, minato da tanta sofferenza, da un dolore che non si sopporterebbe nemmeno in tre vite, si è spento, ha deciso di arrendersi. Non lui, non Piermario che ha provato a lottare, a rialzarsi per ben tre volte prima di cadere per sempre su quel campo, prima di cedere a quell’ennesima beffa della vita. Lui, il Moro,  ha insegnato a tutti i cosa sia il coraggio di un uomo degno di questo nome. In un calcio malato fatto di milioni, scommesse, accordi a tavolino, “aiutini arbitrali”, la vicenda di Morosini per quanto drammatica ci fa capire ciò che davvero conta. Quando ci sarà la prossima bravata di qualche sedicente “fuoriclasse”, la prossima richiesta di adeguamento di ingaggio, ricordiamoci tutti di Piermario Morosini, di quello che è stato e di quello che ancora rappresenta nel cuore di tutti i tifosi italiani: un campione in campo ma soprattutto un campione di vita.

Grazie Moro.

 

Mag 27, 2014 - Senza categoria    No Comments

GUIDO MASETTI: saracinesca giallorossa

Marino D’Amore

Guido_Masetti

Nella Roma degli anni ’30 Volk faceva gol e Guido Masetti li evitava, nonostante avesse iniziato a giocare come centrocampista a Verona.

Il portiere arrivò alla Roma nel 1930 diventandone uno dei pilastri. Si laureò campione d’Italia nel 1942 e fu il terzo portiere dell’Italia di Pozzo che vinse due mondiali consecutivi.

Giocò 339 partite con la Roma, diventando uno dei calciatori simbolo della squadra capitolina con la quale si laureò Campione d’Italia nella stagione 1941-1942, quando la sua carriera calcistica, che terminò il 18 febbraio 1943, era ormai al tramonto. Partecipò alle due spedizioni azzurre che portarono il titolo di campione del mondo alla nazionale italiana nel 1934 e nel 1938. Convocato dal c.t. Vittorio Pozzo come terzo portiere dietro a Gianpiero Combi ed a Aldo Olivieri, non giocò nemmeno un incontro delle due competizioni. In tutta la sua carriera in azzurro giocò solo due partite, entrambe contro la Nazionale svizzera, collezionando una vittoria nel 1936 (Svizzera – Italia  1 – 2)  e una sconfitta nel 1939 (Svizzera – Italia  3 – 1).

Come tecnico Masetti non ebbe fortuna: fu giocatore-allenatore della Roma per metà stagione nel 1943 e poi allenò i giallorossi durante il periodo del secondo conflitto mondiale per due stagioni, vincendo il Campionato Romano ( quello nazionale era fermo per evidenti motivi). Ricominciato il campionato italiano, Masetti si trasferì a Gubbio dove ricoprì anche qui il doppio ruolo di giocatore-allenatore, vincendo il campionato di Serie C 1946-1947, e risultando determinante nella prima promozione in serie B nella storia della squadra umbra. Ritornò alla Roma nella stagione 1950-1951, cercando di salvare la squadra dalla serie B, senza riuscirvi. Allenò nella stagione seguente il Palermo sostituendo l’esonerato Remo Galli. Nel 1955 andò ad allenare il Colleferro. Fu di nuovo l’allenatore della Roma, sua ultima esperienza in panchina, per un breve periodo, durante una tribolatissima annata quella del 1956-1957. Tutti però ricordano Guido Masetti per essere stato il custode della porta giallorossa in quel primo mitico scudetto che lo consacrò all’immortalità nel cuore dei tifosi della Roma, quei tifosi che oggi sono nonni e che raccontano ai propri nipoti le parate del primo portiere capitolino tricolore, come recita l’inno romanista, il primo, Campo Testaccio.

Mag 27, 2014 - Senza categoria    No Comments

Rodolfo Volk: un centravanti di altri tempi.

Marino D’Amore

 

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Oltre alla mera cronaca sportiva attuale, ogni squadra di calcio ha alle proprie spalle un passato che affonda le proprie radici agli inizi del secolo scorso, fatto di palloni di cuoio pesanti, scarponi, leggende sportive e cuori gettati oltre l’ostacolo. Un passato fatto di campioni, uomini che vivranno per sempre nell’immaginario e nel cuore dei tifosi. Per la Roma ne possiamo ricordare diversi dal 1927, anno della fondazione della squadra, sino ad oggi. Il primo a far innamorare i tifosi giallorossi con i suoi gol è stato Rodolfo Volk. Punta storica della Roma, iniziò la carriera con la Fiumana. Acquistato dalla Roma insieme a Marcello Mihalich (che venne però girato al Napoli), divenne in poco tempo uno dei primi idoli di Campo “Testaccio”, dove fu il primo a segnare un gol ufficiale nonchè l’autore della rete decisiva nel primo derby tra Roma e Lazio, nel 1929, terminato 1-0. Durante il periodo fascista, il suo cognome venne italianizzato in “Folchi”, così come richiesto dal regime; inoltre, durante il servizio di leva a Firenze, prese parte alla seconda gara (non ufficiale) della storia della Fiorentina, disputatasi nel 1926 contro la Sampierdarenese. In quell’occasione utilizzò lo pseudonimo di “Bolteni”, poiché ai coscritti era vietato svolgere qualsiasi attività esterna al servizio militare.

Dotato di un tiro micidiale, fulmineo nei movimenti, più pericoloso spalle alla porta che per le sue doti di funambolo, non essendo in possesso di una tecnica sopraffina, segnava però da ogni luogo del campo; particolarmente amato, venne soprannominato dal pubblico giallorosso Sigfrido, poi trasformatosi rapidamente nel dialettale Sigghefrido, secondo un’ evoluzione linguistica tipicamente romanesca. Altro soprannome che gli fu affibbiato fu  “Sciabbolone”, in contrapposizione a “Sciaboletta”, il soprannome dispregiativo assegnato a Re Vittorio Emanuele III.

Volk fu ceduto prematuramente al Pisa nel 1934 in serie B, per dissidi interni con Guaita e Banchero altri due pilastri di quella Roma e, dopo una stagione nelle file della Triestina in Serie A, tornò alla Fiumana quasi a completare un ideale ciclo sportivo, con cui ottenne una promozione in Serie B nel 1940-41.

Finita la carriera da calciatore, divenne usciere nella sede del Totocalcio di Piazzale Ponte Milvio, a Roma; morì in una casa di cura dei Castelli romani, dopo essere stato colpito da cardiopatia sclerotica compensata, ormai ridotto in miseria e solo, ma ricordato per sempre nella mitica canzone Campo Testaccio che ad un certo punto recita Volk è ‘n mago pe segnà!.

 

Mag 27, 2014 - Senza categoria    No Comments

Il Grande Torino

Marino D’Amore

 

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Le vicende belliche del 1940/45 e lo sbarco americano in Sicilia fermarono  il calcio in Italia. Ciò nonostante, alcune società calcistiche continuarono le proprie attività per tenere in allenamento i propri giocatori, seppur rinunciando alle competizioni. In un quadro drammatico, l’allora presidente del Torino, Ferruccio Novo, si diede da fare per salvaguardare fisicamente i giocatori granata, inevitabilmente provati dalle ristrettezze generate dal secondo conflitto mondiale. In questo modo, il legame tra la società e i calciatori si cementò ulteriormente.

In vista della ripresa delle attività sportive, il presidente Novo aveva operato alcuni importanti ritocchi alla rosa. Dal Savona era arrivato il giovane Valerio Bacigalupo, fratello di quel Manlio che aveva militato nel Torino verso la fine degli anni Venti e considerato dagli osservatori una grande promessa. Dopo averlo provato nelle amichevoli che avevano preceduto l’avvio del campionato, Novo decise con una delle sue proverbiali intuizioni di lanciarlo in prima squadra, nonostante la sua giovane età. Dotato di straordinari mezzi fisici ma di bassa statura, era assai diverso dai portieri dell’epoca, tanto da essere in seguito considerato probabilmente il primo portiere dell’era moderna. Bacigalupo divenne subito una sicurezza, sbalordendo per l’autorità con la quale guidava l’intera difesa. A completare la struttura del reparto arretrato arrivò una nuova coppia di terzini: Aldo Ballarin dalla Triestina e Virgilio Maroso, scovato da Novo nel Borgata Vittoria. Ballarin aveva suscitato l’interesse di molte squadre, ma decise di accettare l’invito del presidente granata, tanto da affermare che sarebbe andato “al Torino anche a piedi, se necessario”. Maroso era invece stato scoperto da Mario Sperone, una vita nei granata tra campo e panchina, ed era costato davvero poco. Le straordinarie doti tecniche che aveva messo in mostra sin dai suoi precoci esordi ne facevano presagire una rapida ascesa. I due si integrarono alla perfezione, andando a costituire una coppia, per forza e affiatamento, senza eguali. Veloce e potente Ballarin, più tecnico Maroso, con una  spiccata propensione offensiva. Con il loro arrivo, con quello del possente centromediano Rigamonti dal Brescia e di Eusebio Castigliano dallo Spezia, il disegno di Novo era in pratica finito. Insieme a Pietro Ferraris, Ezio Loik, Valentino Mazzola, Guglielmo Gabetto e Franco Ossola era nato il grande Torino.

Da quel momento iniziò la grande avventura di una squadra che dominò il calcio italiano per un quinquennio, una compagine formidabile che solo il più atroce e beffardo dei destini riuscì a fermare.

Il primo scudetto arrivò nella stagione 1942/43 con un cammino trionfale. Dopo un periodo di stop legato alle  vicende belliche, l’attività agonistica riprese nella stagione 1945/46, che vide ancora una volta la squadra granata laurearsi campione d’Italia. Nemmeno la guerra era riuscita a fermare i ragazzi del presidente Novo. Da quel momento in poi Il grande Torino avrebbe vinto tutti i campionati fino al 1949, dando alla nazionale italiana i 10/11 della sua formazione. La sola eccezione era rappresentata dal portiere Bacigalupo, che faceva la riserva a Sentimenti IV, allora portiere dei rivali bianconeri della Juventus.

L’avventura straordinaria del grande Torino è riassumibile cronologicamente secondo le seguenti tappe:

 

  • 1939 – Il Torino viene acquistato da Ferruccio Novo, industriale torinese.
  • 1940 – Il 4 Febbrario Franco Ossola fa il suo esordio in maglia granata nella trasferta di Novara. È la prima pietra del grande Torino.
  • 1942 – Novo acquista dal Venezia la coppia di mezze ali della Nazionale, Loik e Mazzola.
  • 1943 – Il 25 aprile il Toro vince il secondo della sua storia battendo in trasferta il Bari per 1-0. Vince anche la Coppa Italia, battendo a Venezia il Milan per 4-0. E la prima squadra italiana a vincere tutte e due le manifestazioni nello stesso anno.
  • 1946 – Il 28 luglio il Toro batte la Pro Livorno per 9-1 e si laurea per la terza volta campione d’Italia.
  • 1947 – Al Comunale di Torino la Nazionale italiana batte la forte Ungheria per 3-2. Un’Italia che schiera dieci calciatori granata nella formazione titolare. Il Toro vince il quarto scudetto.
  • 1948 – Arriva il quinto scudetto.

 

Il 1949 è l’anno che segnò la fine di quella grande squadra.
Il Torino si recò a Lisbona per un omaggio sportivo al calciatore Francisco Chico Ferreira, capitano del Benfica e del Portogallo. Egli incontrò Mazzola  a Genova  a fine febbraio in occasione dell’incontro tra le rispettive nazionali, concluso con la vittoria dell’Italia per 4-1. Nel corso dei festeggiamenti del dopo-partita, tra i due capitani nacque una simpatia reciproca e Ferreira decise di invitare il Torino per la festa in suo onore. Il 1º maggio 1949 il Torino arrivò a Lisbona. Due giorni dopo affronta il Benfica di Ferreira e di Rogério Pipi. All’Estádio Nacional do Jamor le due squadre mostrarono uno spettacolo degno del loro blasone, segnando in totale sette reti. Della spedizione non fecero parte il difensore Sauro Tomà, bloccato a Torino da un infortunio, e un deluso Renato Gandolfi, il secondo portiere, a cui solo all’ultimo era stato comunicato che in Portogallo non sarebbe andato. Questo perché AldoBallarin aveva convinto il presidente Novo a portare per questo incontro amichevole suo fratello Dino Ballarin,  che in rosa era il terzo portiere. Novo e il direttore tecnico  Roberto Copernico rimasero a Torino; Agnisetta e Civalleri furono i dirigenti accompagnatori, con Bonaiuti responsabile della trasferta; per l’area tecnica c’erano Leslie Lievesley, Ernest Herbstein, infine il massaggiatore Vittorio Cortina.

Erano presenti anche dei giornalisti  Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo, padre di Giorgo, e Luigi Cavallero de La Stampa. Quest’ultimo prese il posto di Vittorio Pozzo, divenuto inviato sportivo del quotidiano torinese dopo l’avvicendamento sulla panchina della Nazionale. Le incomprensioni nate tra lui e Novo fecero sì che il suo nome non fosse molto gradito dalla società granata. Il fato salvò la vita anche a Nicolò Carosio, la celebre voce sportiva della radio. La società gli aveva garantito un posto sul trimotore in rotta per Lisbona, ma colui che aveva inventato la radiocronaca sportiva italiana fu costretto a rinunciare: impossibile far coincidere la trasferta con la cresima di suo figlio.

Il 3 maggio 1949, allo Stadio Nazionale di Lisbona, il Torino scese in campo di fronte a una folla di quarantamila spettatori con Bacigalupo, A. Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Ossola. Per il Benfica: Contreros, Jacinto, Fernandes, Morira, Felix, Ferreira, Corona, Arsenio, Espiritosanto, Melao, Rogério. La partita finì con la vittoria dei padroni di casa per 4-3.

Al rientro da Lisbona, il 4 maggio 1949, il trimotore FIAT G 212 delle Aviolinee Italiane trovò ad attenderlo una fitta nebbia che avvolgeva Torino e le colline circostanti. Alle ore 17:05, completamente fuori rotta per l’assenza di visibilità, l’aeroplano si schiantò contro i muraglioni di sostegno del giardino posto sul retro della Basilica di Superga. L’impatto causò la morte istantanea di tutte le trentuno persone di bordo: calciatori, staff tecnico, giornalisti ed equipaggio. Per la fama conseguita dalla squadra in quegli anni, la tragedia ebbe una grande risonanza sulla stampa italiana e mondiale. Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l’ultimo saluto ai campioni. La società granata fu costretta a schierare la formazione giovanile nelle ultime quattro partite. Lo stesso fecero gli avversari, in segno di solidarietà e rispetto.

Quel Torino venne proclamato vincitore del campionato a tavolino e i suoi giocatori entrarono nel mito e nel cuore di tutti gli italiani, divenendo immortali. Una squadra fantastica che solo una terribile tragedia riuscì a fermare.

 


 

 

Mag 26, 2014 - Senza categoria    1 Comment

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